"Signori, le mani!" - Lettera di un arbitro

02.12.2018

Lettera di un arbitro ad un arbitro in crisi e ai signori delle tribune

"Signore, le mani!" è un grido che echeggia in tutti i campi di provincia, per lo meno a Roma e nel Lazio. Serve a richiamare l'attenzione dell'arbitro anche ai contatti e contrasti (spinte, trattenute) che avvengono dal tronco in su dei calciatori, che si fanno spazio con leggere spinte braccio su corpo dell'avversario. Ogni arbitro ha sentito questo richiamo diverse volte. Esso è infatti ormai divenuto un intercalare, un modo di farsi sentire, magari in quelle partite in cui ormai volano tante parole e l'arbitro non può più stare attento a ogni frase. E allora bisogna farsi sentire, come e più dei propri avversari, e quando si crea quell'attimo di intollerabile silenzio, ecco qualcuno (magari il portiere, a cinquanta metri di distanza) gridare durante un contrasto aereo: "Signore le mani!". In quei momenti sale il tono agonistico della gara, gli animi si scaldano, i calciatori giocano con più vigoria: aumentano contrasti, discussioni, provocazioni, nervosismo. E allora basta un nonnulla per scatenare reazioni isteriche. Se avviene qualcosa di eclatante in momenti simili, i numeri dicono che allora l'arbitro è a rischio. Ogni fine settimana si consumano più atti di violenza sugli arbitri: per non temere nulla un arbitro deve avere molta sicurezza e un pizzico di incoscienza. Per qualcuno, statistiche alla mano, un arbitro non dovrebbe chiedersi se mai subirà violenza fisica, ma solo quando questo avverrà. Ci sono periodi in cui sicurezza e incoscienza possono venire a mancare. In detti periodi l'arbitro entra in crisi con ciò che fa e inizia a pesargli tutto. Tutto diventa brutto. Chi più, chi meno, ma per simili difficili momenti sono passati molto probabilmente anche gli arbitri che sono arrivati in Serie A. E posso capire cosa accada. Ogni fine settimana ti senti destinato a essere odiato profondamente da un centinaio (o meno, o più) di persone, che ti circondano per più di tre ore in un raggio di mezzo chilometro. Non hai vie di fuga. Vedi tutti nervosi. Tutti ti sembrano frenarsi, forse perché dotati di ragione in quanto uomini. Frenarsi magari dal raggiungerti e cercare uno scontro fisico con te, sfogare su di te le proprie rabbie e frustrazioni, perché è vero: in quel momento accade che qualcuno vorrebbe. E sai bene che il filo della ragione cui sono appesi è spesso fragile in confronto all'impeto emozionale e completamente irrazionale, opposto alla lucidità, privo di senso. Rabbia che rende meno che umani, istinto omicida di un animale, un treno in corsa, irrefrenabile. Odio folle verso un ragazzo che magari, incontrato in altri contesti, prenderebbero in simpatia, a cui in un incrocio di sguardi tra sconosciuti, farebbero un sorriso. E ti senti in pericolo, perché sai che succede, può succedere, è successo. E di continuo purtroppo. La paura non è solo legittima, ma logica. E la paura dà insicurezza. Le grida salgono, gli animi si scaldano. Ormai hai perso ogni gusto nel fare quello che fai. Ti senti ingiuriato, insultato senza motivo e reagisci in un primo momento con insofferenza. Senti persone indignarsi, appendersi alla rete e protestare con tutta la voce che hanno in corpo perché per tre azioni di fila non hai fischiato un "gioco da terra" (un gioco da terra...), come se fosse la cosa più scandalosa che il mondo abbia mai visto. E le cento persone intorno a te sono tutte convinte che lo sia, anche i giocatori in campo. Anche quelli della squadra che ha beneficiato dei tuoi mancati fischi, sentono come di averla fatta franca. Forse ridacchiano di questo e sono anche loro contro di te. E in quella bolgia con volgari poveruomini, apprendi di essere il solo, l'unico, a sapere come il "gioco da terra" sia un'infrazione inesistente nel Regolamento. E sarebbe inutile spiegarlo. E quando guardi i volti di una ventina di uomini sui cinquant'anni che si organizzano per cantare in coro contro di te, ragazzo diciottenne o ventenne: "Signore fischia, fischia che tua moglie sta a scopa'" ("moglie" poi, addirittura a diciotto-vent'anni...), provi prima uno strano senso di pace, una sicurezza. Finalmente sei cosciente di chi hai di fronte. E sei sereno, non potrai mai fare niente per gente così. Non conta ciò che fai in campo. Non conta niente. Pensi che la correttezza sia, in questi campi, impossibile e disprezzi chi è in tribuna. Poi provi una grande amarezza. Le tue prestazioni calano. Torni a casa: il referto è l'ultimo sgradito ricordo, la scoria di un incubo, una fastidiosa incombenza. Non accogli più con gioia la successiva designazione, ma con angoscia. Le mattine della domenica con zero gradi vorresti passarle a letto con un tè caldo a guardare fuori, o fare quello che ti piace. Di sicuro non alla gogna pubblica, non lo meriti. Hai una dignità e non hai fatto nulla di male. Sei un eroe, ma nessuno lo può capire. Il tuo eroismo non ha senso: svolgi un servizio che ti costa tantissimo per le persone che ti insultano. Un po' muori per loro: solo Gesù Cristo nella storia ha fatto qualcosa di simile. Esagero? Eppure il signor Bernardini di Ciampino poche settimane fa stava proprio per morire. Davvero. Per mo-ri-re. "E allora, arbitro - ti dici - fai una cosa: smetti di fare l'eroe. Stai a casa con la tua famiglia o la tua ragazza. Devi riprenderti dall'odio che vedi ogni domenica. Hai bisogno di vedere che le persone si vogliono bene. Che senso ha tutto ciò che fai come arbitro? Nessuno. E allora basta, smetti. Starai meglio. In fondo diventare un arbitro di Serie A non è nemmeno il più grande dei tuoi sogni..." 

Però attento, arbitro in crisi, perché in questo momento vedi tutto nero, non sei lucido. E per continuare a scendere in campo ogni domenica devi ricordarti che no, non è vero. Nel calcio di provincia non fa tutto schifo. Le cose possono andare diversamente, sei solo entrato in un circolo vizioso. E' vero, nessuno ti vorrà bene in campo. Ma puoi gestire le situazioni solo se ritrovi il tuo primo vigore, di quando intervenivi col fischio deciso prima delle proteste, di quando fermavi con convinzione e senza presunzione le proteste dei calciatori. Quando la tua corsa era decisa e non appesantita e annoiata. Togliti quel giudizio sulle persone che protestano contro di te: non sei diverso dalla maggior parte di loro. E' probabile che nella loro condizione faresti lo stesso, forse in modi diversi. E' così, un po' è la normalità delle cose. E anche se ne hai tutte le ragioni del mondo, piangersi addosso non servirà a niente. Perciò quando vedi situazioni di tensione, non essere insofferente. Non sei per forza una vittima, non stai andando alla gogna e non è una tragedia. Tutto può essere vissuto in maniera completamente diversa, persino opposta. Reagisci trasmettendo decisione e soprattutto tranquillità all'ambiente circostante. E non perché in una partita tutto si possa risolvere con un gesto accomodante e conciliante alla Rizzoli (in foto). E nemmeno perché ritrovare la voglia di impegnarti basti ad arbitrare solo partite tranquille (anche Collina spiegò come si considerasse fortunato a non aver subito violenze, e come questo non dipenda certo dalla bravura dell'arbitro). Ma tutto questo conviene farlo per tornare a vivere bene l'arbitraggio, con serenità. E non ci crederai, ma arbitrare tornerà a essere piacevole, perché è invero piacevole. Allora coraggio, ricordati che è davvero bello; che non è vero: non fa tutto schifo.

E voi signori, tifosi, ascoltate ora gli arbitri girarvi l'esortazione: "Signori, le mani!". Teniamole a posto, grazie.