Emergenza rifiuti: come negli USA li smaltiscono guadagnando anziché non smaltirli pagando tasse - di Giovanni Sparvieri

18.12.2018

Sin da quando siamo piccoli abbiamo la tendenza a rendere umani gli oggetti. Diamo un nome alle cose, fingiamo che possano muoversi. Ecco: a vedere quella bilancia probabilmente chiunque sarebbe tornato bambino. Il canestro sopra il suo piatto è immobile, eppure essa non riesce proprio a esprimere una cifra. Ma ciò che la rende davvero umana e viva è l'irregolarità dei suoi cambi di numero. Prima varia come impazzita tra due cifre decimali, e le si vedono quasi sovrapporsi per quanto rapidamente si alternino; poi, a un tratto, sembra dire con ostentata sicurezza, con impeto: "18,4. Sì! È 18,4." Ma appena un attimo prima che si distolga lo sguardo dal numero eccola rivelare ancora la sua insicurezza, e tornare a 18,3. Quasi la si compatisce, quasi strappa un sorriso.
Pedro oggi si sente generoso, facciamo 18,4. La bilancia non avrebbe mai smesso di cambiare idea.
"Ecco a lei, sono 15 dollari".
Quale scambio è avvenuto? 15 dollari USA per 18,4 libbre di plastica e 2 di alluminio.
Pedro porta via i canestri dalla zona della bilancia per recarsi con essi verso i container. Esita un momento, abbassa il sombrero sugli occhi ed entra in quel container per l'alluminio in cui forse un centinaio di api genera all'unisono un ronzio che potrebbe sembrare il motore di un tagliaerba. Svuota il canestro dell'alluminio. L'odore dell'aria è insopportabile e la tuta di Pedro già nera nonostante sia ancora nella prima metà della sua giornata lavorativa. È affaticato. Ma accetta di buon grado il suo lavoro, che gli permette di guadagnare attorno ai 2200 dollari mensili. E poi, anche se non ama faticare, a tratti ama pensare mentre svolge lavori manuali. È comunque in cerca di una migliore occupazione. Intanto lavora sei giorni alla settimana, sabato solo mezza giornata, gli altri giorni fino alle 17:00, poi chiude il centro di raccolta.

È il racconto di un buon frutto dell'economia liberista statunitense: i privati cittadini ricevono denaro in contanti attraverso la vendita della propria spazzatura differenziata. Vincono tutti. E se per i più pigri l'incentivo del profitto può forse non essere abbastanza per differenziare i propri rifiuti, non può che essere un esercizio molto conveniente per i proprietari di locali o ristoranti, i quali arrivano a guadagnare centinaia di dollari con i rifiuti di una decina di giorni.
Ma facciamo un salto a Roma. Si potrebbero occupare righe, paragrafi, pagine, capitoli, libri con cifre e spiegazioni tecniche di cosa stia accadendo allo smaltimento dei rifiuti a Roma, e molti lo hanno fatto, ma limitiamoci a dire che per decenni alla Città Eterna è bastato semplicemente sotterrare i propri rifiuti nella più grande discarica d'Europa. Un gigante, un mostro, un pozzo senza fondo, la colossale "buca" in cui centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti sono state gettate tra il 1974 e il 2013: Malagrotta. Ora che è stata chiusa, ecco trovarsi il comune e la regione impreparati e senza le strutture necessarie all'ordinario smaltimento. E quando si genera un accumulo straordinario e non si è in grado nemmeno di provvedere all'ordinario, si scende poi facilmente al di sotto della soglia della decenza, e scaturisce un'emergenza. Al momento attuale la Capitale si aiuta con discariche e impianti della regione (in realtà qualcuno parla anche di discariche austriache) e tenta di organizzarsi per il futuro. Ma i processi sono lenti e farraginosi, ed è noto come l'inefficienza del "settore pubblico" italiano e l'eccessiva burocrazia non aiutino. Sembra facile dire: "Se il settore pubblico è disorganizzato, affidiamo lo smaltimento dei rifiuti ai privati", come se le procedure per le gare d'appalto fossero esenti da intoppi di vario genere. È vero che a Napoli e Roma, le città che hanno affrontato negli ultimi anni grandi emergenze rifiuti, le aziende per lo smaltimento sono municipalizzate, ma ciò non significa necessariamente che il pubblico sia un male e soprattutto che il privato sia in assoluto un bene. O per lo meno non è questo, forse, il punto su cui focalizzare l'attenzione. Sarebbe un discorso un po' vago e che comunque non vuole essere oggetto di questo articolo. Né chi scrive, né il 98% di chi potrebbe leggere questo articolo è in grado di comprendere a fondo cosa si possa fare e studiare soluzioni nel concreto per la questione cruciale dello smaltimento dei rifiuti, e quasi nessuno tra scrittore e lettori sarà nemmeno in grado di valutare se un piano per lo smaltimento elaborato da persone che lavorano nel settore e da anni studiano e conoscono quel mondo, sia buono o meno.

Però possiamo guardare a chi una simile emergenza l'ha passata, e si trovi incredibilmente a qualche decennio di distanza dalla propria crisi ad essere un esempio per chiunque operi nel settore dei rifiuti e dello smaltimento. Chiunque si rechi in Giappone non può fare a meno di notare quanto sia difficile soffiarsi il naso e gettare il fazzoletto usato in un cestino, perché i cestini sono estremamente rari. E' ormai nella cultura giapponese il fatto che i rifiuti siano un problema personale, e ognuno deve sbrigarsela da sé per quanto riguarda i propri rifiuti. I frutti di un cambio di mentalità in una tale direzione sono sotto gli occhi di tutti: ad oggi si stima che il Giappone riutilizzi il 77% delle sue materie plastiche, eccellenza assoluta. Addirittura la piccola città di Kamikatsu mira a diventare, entro il 2020, una città che non butta nulla, o meglio riutilizza tutto, il 100% dei rifiuti prodotti. Ad oggi i circa 1700 abitanti che la popolano, molto scrupolosi nel differenziare i rifiuti, hanno ottenuto che circa l'80% dei propri rifiuti venga riutilizzato.

Senza puntare ad arrivare a tanto, guardiamo al modello giapponese per quanto concerne la mentalità. Non siamo capaci al momento di mettere su un efficiente sistema nel quale tutti gettino e pochissimi smaltiscano. I pochissimi, per le più varie ragioni e per diverse colpe di varie persone non hanno strumenti e organizzazione necessaria. Di certo uno dei processi (non facile, s'intende) che potrebbe determinare un marcato miglioramento è migliorare il contributo che i molti possono dare. Perché in questo momento è poco, specie in rapporto a quanto potrebbe essere. Chi ha ottenuto buoni risultati in fatto di smaltimento (il Giappone) è passato per il miglioramento del contributo dei molti. Per questo un sistema come quello americano sopra descritto, in cui un'azienda privata si ponga come intermediaria nel processo di smaltimento e paghi in contanti i privati cittadini per il solo fatto di aver portato i rifiuti in un centro di raccolta anziché in un cassonetto e poi li rivenda ad altre aziende che li riciclano può essere un ottimo incentivo. E si pone come motore una logica convenienza al posto del senso civico su cui, nel dubbio, non si deve mai contare. Certo, l'esistenza di simili aziende e simili centri di raccolta è assolutamente ben lungi dall'essere una soluzione a un problema grandissimo come può essere ad esempio l'emergenza rifiuti romana. Ma propone un altro punto di vista, un altro modo di affrontare il problema. Indispensabile è che si continui a lavorare anche nella direzione nella quale già si sta lavorando, ma di certo appare difficile risolvere solo da lì una situazione di emergenza che, numeri alla mano, parrebbe difficile da sostenere anche nell'ordinario.